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Coscienza

“Purtroppo non siamo stati educati all’interezza, ma alla separazione, alla competizione e all’isolamento.

Sradicati precocemente dall’interezza, sviluppiamo una serie di instabilità psicologiche, e così, come qualsiasi elemento sradicato dall’interezza, perdiamo la stabilità, l’energia e il nutrimento dell’intero.

Benché non possiamo mai venir strappati dal tutto, noi però ci percepiamo così, ed è per questo che non ci accorgiamo della grande forza creativa di cui disponiamo”.

Vimala Thakar

Che cosa succede se svestiamo la maschera e l’armatura?

Il Raja Yoga è un percorso di riconoscimenti. 

Traccia su traccia, qualcosa avviene – può avvenire – anche senza volerlo.

La trasformazione al livello della coscienza richiede il giusto tempo e il giusto ‘calore’ interiore che sostenga la maturazione del seme piantato, una motivazione autentica, un vivo interesse che, attenzione, non deve sfociare nell’ossessione o in una nuova forma di dipendenza.

Altra condizione perché il percorso sia reale, è che si costruisca una relazione di FIDUCIA e FEDELTA’ tra insegnante e allievo. 

Sento il  bisogno di sottolineare questo passaggio, nell’epoca dello yoga on demand e dei social: è solo nell’equilibrio della relazione del dare e del ricevere fra insegnante e allievo, che possono radicarsi i riconoscimenti. 

Altrimenti lo yoga resta solo autocompiacimento o bulimia di nozioni. 

Nella giusta relazione, al contrario, entrambi si dona ed entrambi si riceve.

Non ci sono ricette uguali per tutti.

La pratica condivisa fra insegnante e allievo è un gioco di specchi, un invito a interrogarsi.

C’è una presenza silenziosa e costante nell’auto-percepirsi cosciente, ma siccome il nostro sistema nervoso è sensibile alle variazioni e ai movimenti, piuttosto che a ciò che è costante e silenzioso, tendiamo ad escludere questa presenza dalla nostra percezione e ad osservare maggiormente le nostre reazioni alle cose, rispetto che alle cose stesse o a ciò che in noi reagisce alle cose.

Spesso ci accontentiamo del significato comune delle parole, dimenticandoci che la parola è solo il simulacro di qualcosa, la descrizione di qualcosa. 

Prima c’è l’esperienza, poi l’astrazione. Il nome descrive l’esperienza, ma non la contiene. 

Come la mappa e il territorio dialogano l’uno con l’altra, informandosi reciprocamente, lo stesso deve avvenire tra testi e pratica. L’uno resta muto senza l’altra: il testo senza pratica resta oscuro e immaginifico e la pratica senza testo resta senza direzione.

Ecco la strategia (Sadhana), la via per il lavoro interiore: la pratica è il terreno in cui ci riconosciamo, il luogo in cui emerge a livello esperienziale la differenza fra l’io rappresentato e l’io autentico.

Non si pratichi la Sadhana per la Sadhana, non ci isoli in lei, poiché la Coscienza si esprime anche nelle nostre relazioni sociali e nella nostra realtà culturale, la pratica deve necessariamente confrontarsi con esse e portarsi nella complessità della Vita tutta.

E’ qui che l’Hatha Yoga cede il passo al Raja Yoga: la pratica ad ogni istante.

[Nota dell’autrice: i testi di questo articolo e degli articoli precedenti riguardanti i principi del Raja Yoga prendono spunto da due fonti principali: gli appunti tracciati su carta durante la mia formazione e post formazione con Renata Angelini e Moiz Palaci dell’Associazione Italiana Raja Yoga di Milano e il testo “Il filo dello Yoga”, a sua volta nato dagli appunti degli incontri fra gli insegnanti del gruppo di Milano e Gérard Blitz durante gli anni del suo insegnamento.]